C’è qualcuno in casa?

L’enigma più affascinante: che cos’è la coscienza? E dove si trova?

“Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Come può essere che io, che sono io, non c’ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non sarò più quello che sono?” Questi versi della “canzone della fanciulezza” di Peter Handke richiamano il mistero dei misteri, la domanda fondamentale che tutti prima o poi si pongono: che cos’è questa “cabina di controllo” che si trova dietro i miei occhi, che mi permette di avere esperienza del mondo, di decodificare la realtà esterna, di interagire con l’ambiente e con le persone, di provare sensazioni ed emozioni, di costruirmi opinioni e valori, ma che resta una dimensione privata, solo mia, a cui nessuno può accedere? Che cos’è questa entità che intorno ai due anni di vita ho imparato a chiamare IO?

La coscienza, finora territorio della filosofia e della religione, da qualche tempo è al centro dell’interesse dell’indagine scientifica, tanto che nel 2005 la rivista Science l’ha inclusa tra i temi più importanti da affrontare nei prossimi decenni. Un’impresa particolarmente ostica: l’oggetto di studio e il soggetto studiante, infatti, coincidono. E non si può fare a meno di domandarsi: è possibile studiare la soggettività mantenendo un atteggiamento oggettivo, come impone la scienza? In sintesi: la mente è in grado di comprendere se stessa?

La scatola nera

Nel mondo occidentale la percezione di se stessi in rapporto con il mondo è stata fortemente influenzata da un assioma formulato da Cartesio nel Seicento: Cogito ergo sum. L’attività del pensare, sosteneva il filosofo francese, implica la presenza di un soggetto pensante. Perciò IO ESISTO. Io sono la cosa più indubitabile di tutte. A partire da questa apparente ovvietà Cartesio dedusse che esistono due realtà diverse: una sostanza pensante (la “res cogitans”) e una sostanza estesa (“res extensa”), cioè il pensiero e la materia, la mente e il corpo. Aveva inoltre ipotizzato che il contatto tra queste due sostanze avvenisse nel cervello, e precisamente nell’epifisi (o ghiandola pineale), più o meno al centro della scatola cranica. Oggi sappiamo che il ruolo dell’epifisi è molto più modesto (produce la melatonina, regolando l’alternanza del sonno e della veglia) ma il concetto dell’Io pensante  all’interno del cervello, entità ben distinta dalla materia organica, è sopravvissuto per diversi secoli, diventando anche la base per credere in un’anima che sopravvive al corpo. Nessuno scienziato si era mai azzardato a metterlo in discussione.

“Ai primi del 900 dominava il comportamentismo, secondo cui per studiare scientificamente il comportamento umano è necessario elidere il concetto di mente, per focalizzare la ricerca sperimentale solo sui comportamenti” spiega Giuseppe Vallar, docente di neuropsicologia all’Università Milano Bicocca. “La mente veniva cioè considerata una black box, una scatola nera il cui funzionamento interno non era conoscibile; quello che si poteva indagare sperimentalmente erano le relazioni tra certi tipi di stimoli e certi tipi di risposte comportamentali”. Si riteneva invece impossibile esplorare le funzioni superiori, come la memoria, il pensiero e soprattutto la coscienza.

Dalla fine degli anni Settanta, però, qualcosa è cambiato. L’avvento delle nuove tecnologie ha convinto gli scienziati che il cervello possa essere finalmente indagato anche dall’interno. E’ giunto il tempo di aprire la scatola.

Scienza e coscienza
Per indagare la coscienza serviva prima di tutto abbattere l’assioma cartesiano. Lo ha fatto Antonio Damasio, neuroscienziato di origine portoghese, con il saggio L’errore di Cartesio. Mente e cervello non possono essere due entità diverse, devono appartenere allo stesso “sistema”. Se si vuole affrontare scientificamente la mente bisogna rinunciare al dualismo.

Le premesse ci sono. Le indagini di imaging (in particolare la risonanza magnetica funzionale) mettono in luce che alcuni pensieri hanno un correlato neurobiologico: se stiamo pensando a una faccia o a un posto, per esempio, aumenta il flusso di sangue in una specifica area cerebrale, rispettivamente il giro fusiforme e la corteccia parietale; le droghe, come l’LSD ma anche l’alcol, alterano profondamente i pensieri, le emozioni e le visioni, favorendo allucinazioni slegate dalla realtà. La mente, insomma, è “prodotta” dal cervello. L’idea che non esista nessuna “anima” e che i pensieri, le gioie e le angosce siano attività biologiche è allettante, tanto che viene definita da Francis Crick, lo scopritore del DNA, un’”ipotesi straordinaria” (astonishing hypothesis).
Ma dove risiede l’Io? Gli scienziati si sono rimboccati le maniche, animati da una nuova febbre dell’oro: da qualche parte, all’interno della materia gelatinosa e circonvoluta contenuta del cranio, deve esserci un centro in cui le informazioni convergono e la coscienza si verifica. Un direttore che prende le decisioni, un “omino del cervello”.

Alla ricerca del Graal

La ricerca ha portato finora almeno a due conclusioni. Il primo punto fermo riguarda il pulsante di accensione della coscienza, la regione cerebrale che ne permette l’attivazione. Si trova nel tronco encefalico (la porzione che unisce la corteccia al midollo spinale) e si chiama “sostanza reticolare”. Ma scoprire dov’è l’interruttore non ci dice dove si trova la lampadina.

Il secondo punto ferma riguarda i contenuti della coscienza (i pensieri, le sensazioni, le emozioni), che sono nella corteccia cerebrale. Con le indagini di imaging è possibile stabilire dove si trova il linguaggio, dove la memoria, dove la percezione dello spazio e del tempo. Appare però evidente che non tutti i contenuti della corteccia sono “coscienti”. Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, aveva già ipotizzato l’esistenza dell’inconscio, una parte della nostra coscienza che non è accessibile alla consapevolezza se non in particolari condizioni (per esempio attraverso l’ipnosi): secondo il padre della psicoanalisi, noi riponiamo in un luogo inaccessibile i ricordi che non servono o che è meglio dimenticare.
imgresQuesta teoria non funziona però per alcuni quadri neurologici rari che provocano una perdita di consapevolezza “settoriale”. Qualche esempio: le persone affette da “cecità corticale” sono cieche ma non sono consapevoli della loro cecità (come il Mister Magoo dei cartoni animati) e sono pronte a incolpare gli occhiali appannati o la propria sbadataggine ogni volta che inciampano e sbattono contro il muro; chi soffre di “emineglect” diventare inconsapevole della metà sinistra del mondo, come se questa non esistesse; chi possiede una “mano anarchica” non è in grado di governare la propria mano, che sembra agire per conto proprio, a volte in modo autolesionistico. Questi disturbi bizzarri – che non hanno nulla di psichiatrico – sembrerebbero implicare che la coscienza non sia unica, ma che sia composta da vari elementi che, in condizioni normali, funzionano in perfetta armonia. Ma chi dirige l’orchestra?
E qui viene il difficile.

 

The hard problem

E’ il filosofo australiano David Chalmers a fare il punto della situazione. Nello studio scientifico della coscienza ci sono due problemi, uno facile e uno difficile. Quello “facile” (facile quanto trovare la cura per il cancro o mandare l’uomo su Marte) è stabilire i “correlati neurali” della coscienza, cioè trovare dove si formano i pensieri, i ricordi e le sensazioni, capire perché di alcune informazioni abbiamo consapevolezza (i piani per la giornata, i piaceri, le arrabbiature…) e di altre no (la frequenza del battito cardiaco, la digestione, i gesti involontari).

Il problema vero, quello difficile, è un altro: comprendere come emerge la coscienza, come è possibile passare dall’attività delle cellule nervose all’esperienza soggettiva dell’IO. I due fenomeni hanno infatti caratteristiche ben diverse: gli eventi nervosi che hanno luogo nei neuroni, per esempio, sono “quantitavi”, basati sulla frequenza di impulsi elettrici. L’esperienza di un fiore (del suo aspetto, del suo odore, delle emozioni e dei ricordi che suscita) è invece di tipo qualitativo. Come può la compressione ritmica delle molecole dell’aria presentarsi a noi come suono, come possono le oscillazioni elettromagnetiche di determinate lunghezze d’onda apparirci come luce e colore? In sostanza, tra la materia fisica del cervello e la mente cosciente c’è un “gap”, un salto logico: per passare da un fenomeno all’altro al momento si può solo ipotizzare un “miracolo”. Ed ecco quindi la provocazione che Chalmers lancia agli scienziati: “Supponiamo l’esistenza di ‘zombi’, creature identiche agli esseri umani nell’aspetto e nel comportamento, ma privi di coscienza: esseri che agiscono automaticamente senza consapevolezza di ciò che fanno. Da un punto di vista logico possono esistere, e noi non avremmo modo di rilevarlo: questo prova che l’esperienza cosciente non può essere riconducibile agli stati fisici del cervello”.

Zombi

imgresLa provocazione degli zombi non sembra scomporre Daniel Dennet, filosofo della mente e studioso di intelligenza artificiale che da una ventina d’anni si interroga sulla coscienza. La questione, obietta, non è poi così difficile. Esiste una funzione nei nostri circuiti cerebrali che integra alcune informazioni e determina l’esperienza della soggettività.
Non esiste un centro unico, un “teatro cartesiano”, un luogo del cervello in cui tutto converge, dove arrivano i segnali di ingresso e da cui partono ordini per l’esterno. Esistono invece “molteplici versioni”, ovvero diversi circuiti che operano in parallelo, in modo strettamente integrato e interdipendente.  Non c’è nessun direttore d’orchestra, nessun benevolo dittatore che comanda il quartier generale. Altrimenti la domanda ovvia sarebbe: chi dirige il direttore? E chi dirige colui che dirige il direttore? E si andrebbe avanti così, all’infinito.
In definitiva secondo Dennet “Io” non esiste, è una creazione del cervello, un’astrazione che serve a farci credere che le nostre azioni sono intenzionali, che quello che facciamo è quello che abbiamo pensato e voluto. In realtà la volontà e la sensazione di determinare liberamente le nostre azioni sono create a posteriori. Il meccanismo della coscienza si è evoluto perché si è rivelato vantaggioso: potrebbe essere un sistema di automonitoraggio interno, sviluppato forse con la nascita del linguaggio che ha reso possibile comunicare agli altri non solo i risultati delle nostre azioni ma anche le valutazioni che le hanno precedute: una funzione che crede alle proprie bugie, che serve a dare una coerenza interna ai dati che entrano ed escono, favorendo le relazioni con gli altri individui. Il fatto che i dati registrati dal cervello si manifestino come esperienza soggettiva non è una garanzia della realtà di questa esperienza. Può essere tutta un’illusione e noi non avremmo modo di smascherarla. Il punto, quindi, non è riconoscere gli zombi. Gli zombi siamo noi.

Una jam session
imgresAlla luce di queste considerazioni secondo Dennet non si può escludere che anche i computer e i robot, un domani, possano sviluppare una “coscienza”. Se la cosa ci sembra incredibile è solo perché le nostre conoscenze sull’intelligenza artificiale sono ancora rudimentali.
Dennet però è un eliminativista (“Io” non esiste), e non tutti gli scienziati concordano con questa tesi estrema (vedi box). Ma l’opinione che va per la maggiore è che la coscienza non sia localizzabile in un punto preciso del cervello, ma piuttosto in un mosaico di aree tra loro coordinate (in particolare la corteccia premotoria, l’insula e alcune aree dell’emisfero destro) che monitorano le varie funzioni, determinando ciascuna la consapevolezza per quella funzione. La coscienza, insomma, sarebbe un insieme di eventi distribuiti nel cervello, paragonabile a una jam session, un incontro di abilissimi musicisti jazz che suonano ciascuno per conto proprio ma da cui emerge una musica sola, un’armonia incredibilmente suggestiva. Perché e come questo accada resta ancora un mistero apparentemente irrisolvibile.
Ma c’è anche un’altra possibilità: il problema potrebbe apparire irrisolvibile semplicemente perché sono sbagliate le premesse. Il cervello umano, si sa, sbaglia spesso: si autoinganna facilmente, crede solo a quello che gli conviene, tende ad avere una visione ristretta e parziale delle cose. E se fosse uno di quei casi? Se cioè la mente non si trovasse affatto negli angusti confini della calotta cranica?

Mente allargata

imgres“La maggior parte delle teorie scientifiche assume implicitamente che la coscienza si trovi nel cervello, o per lo meno entro i confini del corpo” dice Riccardo Manzotti, ricercatore allo Iulm di Milano e docente di neuroscienze della percezione all’Università di Genova. “Ma non c’è nessuna prova che il cervello da solo produca contenuti mentali. Anzi: tutti i contenuti del cervello derivano dal mondo esterno”.  Normalmente si ritiene che un’esperienza, per esempio quella visiva, sia dovuta a una catena di eventi: ci sono gli oggetti, la luce li colpisce, la loro immagine si imprime sulla retina che la trasmette, attraverso il nervo ottico e le vie visive, alla corteccia cerebrale, la quale interpreta i segnali e li “rappresenta”. “Gi scienziati normalmente si focalizzano su quest’ultima parte della catena, dall’ingresso del cervello in poi” osserva Manzotti. “Invece la nostra attività mentale non è limitata allo spazio chiuso e buio della scatola cranica”. Studiare il processo mentale circoscrivendolo al cervello è come cercare di comprendere il volo limitandosi ad analizzare le piume, dimenticando di considerare le proprietà dell’aria e la dinamica dell’ala. La mente, suggerisce lo scienziato italiano, è “allargata”: si trova nello spazio ed è spiegata da processi fisici. Si tratta solo di cambiare prospettiva: in fondo anche l’idea che la Terra ruotasse intorno al Sole in un primo tempo era sembrata assurda…

tratto da Focus Extra 42 (inverno 2010)

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