La bellezza è nel cervello di chi guarda

A che cosa serve l’arte? Che cosa vuole comunicare un artista? Il “senso del bello” è oggettivo o soggettivo? Sono tutte domande a cui cerca di rispondere la NEUROESTETICA.

Un’opera d’arte è “bella” perché aumenta la nostra conoscenza del mondo. E gli artisti non sono molto diversi dagli scienziati perché, attraverso un metodo e un linguaggio diverso da quello scientifico, hanno scoperto qualcosa di nuovo, “vedono” qualcosa che noi non vediamo, e tentano di comunicarcelo.  E’ questa, in sintesi, la tesi di Semir Zeki, professore di neurologia presso lo University College di Londra che, intorno alla metà degli anni Novanta, ha fondato una nuova disciplina: la neuroestetica.

Il cervello è un artista…

semir zeki


Secondo Zeki l’arte, e soprattutto la pittura, è uno strumento straordinario per studiare i processi nervosi attraverso i quali il cervello percepisce la realtà. Di più: anche il nostro cervello quando “vede”, è un artista. In passato si pensava che la visione fosse un sistema passivo, cioè che l’occhio fosse semplicemente un canale attraverso cui passavano i segnali dall’esterno, che arrivavano al cervello così com’erano: l’immagine impressa sulla retina, si diceva, viene “proiettata” sulla corteccia visiva. Oggi sappiamo che la faccenda è ben più complessa. La retina opera una prima selezione: filtra i segnali visivi, registra le variazioni dell’intensità e della composizione spettrale della luce e trasmette queste sensazioni alla corteccia cerebrale. E qui parte un sistema elaboratissimo. La corteccia visiva comprende infatti una corteccia primaria (che agisce da “centro di smistamento”) e una serie di aree associative, che collaborano nell’interpretazione dei segnali. Ci sono per esempio cellule che reagiscono alle diverse lunghezze d’onda della luce trasformando queste informazioni in colori: i colori, quindi, di fatto non esistono, sono una costruzione del cervello sulla base di certe proprietà fisiche delle superfici. Ci sono poi cellule sensibili alla forma e cellule sensibili al movimento o all’orientamento spaziale (alcuni neuroni reagiscono alle linee orizzontali, altri alle linee verticali). C’è inoltre una vasta area specializzata nel riconoscimento dei volti e delle espressioni facciali, e aree sensibili ai movimenti del corpo. Inoltre la vicinanza del lobo temporale, e in particolare dell’ippocampo, risveglia le tracce mnemoniche e permette di confrontare l’immagine registrata con quelle già immagazzinate nella memoria.

le aree visive

In pratica il cervello opera una scelta tra tutti i dati disponibili e, confrontando l’informazione selezionata con i ricordi immagazzinati, genera l’immagine visiva con un procedimento molto simile a quello messo in atto da un artista quando dipinge un quadro. Il nostro cervello, cioè, non è un semplice cronista che si limita a registrare in modo passivo la realtà fisica del mondo esterno, ma è piuttosto un creativo: ogni volta che “vediamo” di fatto costruiamo nella nostra testa un’opera d’arte. Del resto il sistema visivo è un processo che si è evoluto lungo un arco di tempo di milioni anni: abbiamo imparato molto prima a vedere che a parlare. “E’ significativo il fatto che, di fronte a qualcosa di estremamente bello, non sappiamo spiegare la sua forza espressiva a parole” fa notare Zeki. “Si parla di ‘bellezza ineffabile’ perché il linguaggio resta muto, non è in grado di comunicarla. Forse proprio perché il sistema visivo, essendo antecedente al linguaggio, è molto più efficiente”.

… e l’artista è un neuroscienziato

La vista è quindi il primo strumento che abbiamo per comprendere il mondo. E l’artista (il pittore, lo scultore) non fa che darle una mano. Il pittore francese Matisse, descrivendo i propri obiettivi, diceva: “Al di sotto di quella successione di istanti che costituisce l’esistenza superficiale delle cose e degli esseri, e che di continuo li modifica e li trasforma, si può cercare un carattere più vero ed essenziale per dare un’interpretazione più duratura della realtà”. Quello che fa abitualmente il cervello umano non è molto diverso: elabora informazioni in continuo cambiamento allo scopo di estrarne il nucleo fondamentale, di afferrare l’eterno in ciò che è fugace. Mentre perviene alla conoscenza del mondo, infatti, il nostro cervello è continuamente ostacolato da dettagli irrilevanti e distraenti: deve quindi estrarre le informazioni essenziali e costanti a partire da una massa di dati in continuo cambiamento. “L’artista, senza esserne consapevole, fa la stessa cosa, ma in modo molto più potente” spiega Zeki. “ Cerca di identificare, tra i mille stimoli cangianti che pervengono al suo sistema visivo, solo quelli che hanno importanza per definire le caratteristiche costanti e permanenti degli oggetti. Di dipingere cioè la perfezione in un mondo in continuo mutamento”.

L’arte è quindi un’estensione della funzione del cervello. E l’artista è come un neuroscienziato che esplora le potenzialità e le capacità del cervello, con tecniche del tutto personali, coadiuvandolo nella comprensione del mondo. E infatti gli artisti lavorano facendo una serie di esperimenti (è normale che un dipinto vada incontro a una serie di metamorfosi) fino a che non ottengono l’effetto voluto.

Più  vero del vero

Quindi lo scopo dell’arte è scoprire l’essenza delle cose. “L’arte non rappresenta quello che vediamo, se mai rende le cose visibili” diceva l’artista tedesco Paul Klee. Il Caravaggio, per esempio, non si limitava a rappresentare la realtà: la rendeva “più vera del vero”, perché riusciva a imprimere alla rappresentazione delle cose una forma eterna. Raffaello Sanzio, quando doveva dipingere una donna bella, non ritraeva una modella in particolare: ne

Raffaello – La velata

osservava con attenzione molte, per conservarle nella memoria visiva e combinare i tratti più belli di ognuna nell’opera compiuta. Tra le opere d’arte più potenti ci sono poi quelle che generano una molteplicità di esperienze, come le sculture incompiute di Michelangelo o i dipinti ambigui di Vermeer, che danno al cervello l’opportunità di fornire un ventaglio di interpretazioni. Se l’arte genera un senso di appagamento profondo in moltissime persone, significa che l’artista ha afferrato qualcosa di generale, che riguarda il cervello di tutti. E la base comune che permette di condividere impressioni ed emozioni profonde sono i “neuroni specchio”

Dentro lo specchio

Agli inizi degli anni Novanta uno scienziato italiano, Giacomo Rizzolatti, scoprì nel cervello particolari cellule caratterizzate dalla proprietà di attivarsi sia quando un individuo compie un’azione, sia quando la vede compiere da qualcun altro. La stessa cosa vale per le emozioni: se vediamo qualcuno che soffre o gioisce, sentiamo su di noi la stessa sofferenza o la stessa gioia. I neuroni specchio, cioè, ci consentono di capire direttamente il significato delle azioni e delle emozioni a cui assistiamo replicandole internamente, “vivendole dentro di noi”.

E’ lo stesso meccanismo che ci permette di entrare in sintonia con un’opera d’arte, di essere “trascinati dentro” un quadro. “La risposta del cervello al capolavoro artistico è mediata da una profonda immedesimazione – cognitiva, emotiva e motoria – con l’opera d’arte,” sostiene Vittorio Gallese, neuroscienziato che lavora con Rizzolatti all’Università di Parma, sulla rivista Trends in Cognitive Sciences. “I neuroni specchio permettono infatti di rivivere su di noi le emozioni e le sensazioni corporee vissute dai protagonisti rappresentati nelle opere d’arte: le loro tensioni muscolari, le espressioni facciali, le emozioni e il dolore. Ma anche l’azione dell’artista, il colpo di pennello sulla tela, la martellata sul marmo”. Questo spiegherebbe la potenza espressiva dell’action painting di Jackson Pollock o degli squarci sulla tela di Fontana (anche se, ovviamente, con l’aumentare dell’astrazione aumentano i livelli “cognitivi” dell’esperienza estetica e si indeboliscono quelli “speculari”). Secondo Gallese sarebbero proprio i neuroni specchio a permettere ad alcune opere di superare le barriere temporali e culturali, diventando eterne e “universali”.

Il “senso del bello”

Una delle questioni più  dibattute, e che ancora non ha avuto una risposta, è se il senso della bellezza è qualcosa di innato o se è soltanto il risultato di ciò che per educazione e per esperienza abbiamo “imparato” essere bello. Esiste insomma la bellezza oggettiva, fuori dallo spazio e dal tempo? Un tentativo di risposta lo dà sempre il gruppo di Parma (Rizzolatti-Gallese)è comparso sulla rivista PLoS ONE. I ricercatori hanno esaminato con la risonanza magnetica funzionale l’attività cerebrale di un gruppo di volontari senza nozioni specifiche di storia dell’arte mentre osservavano alcune immagini di sculture classiche di epoca rinascimentale. Le sculture scelte obbedivano ai cosiddetti canoni della bellezza classica (in particolare la “regola aurea”) ed erano affiancate a immagini della stessa scultura ottenute però modificando le proporzioni. Del Doriforo di Policleto (scultura famosa per la perfetta armonia tra le parti del corpo) erano per esempio state preparate due versioni modificate, una con il tronco più lungo e un’altra con il tronco più corto. I ricercatori hanno visto che la visione delle sculture originali attiva l’insula destra (una regione cerebrale che reagisce agli stimoli emotivi) e alcune altre aree della corteccia, cosa che non si verifica nella visione delle sculture modificate. Il senso della bellezza, hanno dedotto i ricercatori, deriva quindi dall’attivazione congiunta di cellule che rispondono ad elementi specifici delle opere d’arte (come la forma e le proporzioni) e neuroni situati nei centri del controllo delle emozioni. Le immagini giudicate “belle” dagli osservatori attivavano inoltre l’amigdala destra, una struttura legata all’emotività e alla memoria, come se lo stimolo fosse rapportato ad altri stimoli di bellezza ricevuti nel passato. In conclusione, secondo i ricercatori il senso della bellezza è il risultato di una mediazione tra due processi: uno basato sull’attivazione congiunta di particolari neuroni della corteccia e dell’insula (bellezza oggettiva) e l’altro basato sull’attivazione dell’amigdala (bellezza soggettiva). Il senso del bello è cioè il risultato di fattori neurologici e culturali.

La sindrome di stendhal

Ma a che cosa è dovuto, invece, quel senso di malessere che suscitano talvolta le opere d’arte, quasi che la loro bellezza è tale da sopraffare lo spettatore? Graziella Magherini, psichiatra e psicanalista, mentre dirigeva il reparto psichiatrico dell’Ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova, si imbatteva spesso in turisti che, pur essendo partiti in salute, lamentavano malesseri strani. Si andava da stati confusionali, a inspiegabili attacchi di depressione o di euforia, fino ad attacchi di panico e deliri persecutori in cui il mondo appariva all’improvviso minaccioso. In tutti i casi (qualche centinaia) questi disturbi avevano una breve durata e scomparivano completamente. Ben presto capì che questo malessere insorgeva dopo la visione di opere d’arte e coniò il termine “Sindrome di Stendhal”, ricordando le sensazioni descritte dallo scrittore durante una visita alla Cattedrale di Santa Croce nel Viaggio da Milano a Reggio Calabria, opera del 1817. La mente può essere cioè sopraffatta dall’arte e dalle emozioni che essa provoca.

Alla base di questa reazione, secondo Vittorio Gallese, ci sarebbero sempre i neuroni specchio: sarebbe cioè l’ipereccitazione dei meccanismi di immedesimazione a provocare questo strano malessere. Lo dimostrerebbe anche il fatto che le opere d’arte che più spesso provocano la sindrome di Stendhal appartengono ad artisti (quali Michelangelo e Caravaggio) che sembrano sttimolare più di altri questi mecanismi di immedesimazione.

ESEMPI DI ARTISTI-NEUROSCIENZIATI

L’ambiguità di Vermeer

Marcel Proust l’ha definito un “artista che resta eternamente sconosciuto”. Jan Vermeer (1632-1675) è un artista molto abile nella resa della prospettiva, nell’uso del colore e del chiaroscuro, nella verosimiglianza fotografica. Ma la padronanza della tecnica non basta a spiegare la potenza e la bellezza dei suoi quadri. Secondo Semir Zeki, i quadri del pittore olandese sono capolavori di ambiguità. Vermeer rappresenta soggetti “banali”, apparentemente privi di significato, eppure misteriosi e inquietanti. Perché? “L’osservatore è invitato a guardare come dal buco della serratura una scena dalla grande forza psicologica perché risveglia una molteplicità di immaginari” spiega Zeki. “Attraverso il ricordo di eventi immagazzinati in passato, il cervello può dare mille interpretazioni tutte ugualmente valide: la ragazza appare contemporaneamente invitante e risentita, triste ma in qualche modo allegra, sottomessa e dominatrice, ferma ma in movimento, carica di erotismo e casta. L’immagine non dice nulla ma dice moltissimo, rappresenta condizioni diverse ed essenziali in un unico quadro. Produce una specie di shock nell’osservatore perché sottopone a una forte sollecitazione la memoria di eventi passati. Per il cervello è quindi uno stimolo intensissimo, anche se la verità rimane “eternamente sconosciuta”.

La fisicità di Michelangelo

L’ambizione di Michelangelo Buonarroti (1475-1564) era quella di rappresentare non solo la bellezza fisica ma anche quella spirituale. Il suo era un lavoro di ricerca continuo, quasi ossessivo, che spesso lo portava a lasciare le sue opere incompiute – è il caso della Pietà Rondinini o degli Schiavi – come se le sue idee sublimi si ponessero sempre oltre la capacità delle sue mani. “Ma forse è un trucco neurologico per amplificare il potere immaginario del cervello” suggerisce Zeki.

Dei suoi dipinti e delle sue sculture colpisce la sensualità dei corpi: “Michelangelo, che con ogni probabilità era omosessuale, era attratto soprattutto dalla bellezza fisica maschile e il suo cervello doveva aver selezionato e conservato molti più particolari del corpo maschile che di quello femminile”. Ma chi osserva le sue opere, non si limita contemplare la fisicità dei corpi: grazie al meccanismo dei neuroni specchio rivive su di sé lo sforzo muscolare dei protagonisti. Sono i neuroni specchio che ci fanno per esempio sentire il bisogno fisico di liberarci  e districarci quando osserviamo gli Schiavi. E sono sempre i neuroni specchio a farci provare il dolore espresso dalla Pietà, perché Michelangelo, come ogni vero artista, ha istintivamente compreso la visione comune e l’organizzazione emozionale del cervello. Per questo ci immedesimiamo, senza alcun “ragionamento”.

L’essenzialità di Mondrian

Lo scopo dell’arte, secondo Piet Mondrian (1872-1944), è ridurre tutte le forme complesse di questo mondo a una o poche forme universali, così da scoprire (coscientemente o inconsapevolmente) le leggi fondamentali nascoste nella realtà. Nel corso della sua ricerca giunse alle linee verticali e orizzontali, che divennero la caratteristica prevalente delle sue composizioni. Anticipò così – a sua insaputa – ciò che i neurofisiologi scoprirono cinquant’anni dopo: esistono particolari neuroni che rispondono selettivamente a quel tipo di linee. . “Mirando all’essenziale e al permanente, Mondrian sembra quasi voler stimolare una parte ristretta del sistema visivo, proprio come se volesse conoscere come funziona” spiega Zeki. Come lui, molti altri esponenti dell’arte moderna tendono alla semplificazione, alla ricerca di aspetti universali tramite i quali costruire “per assemblaggio” tutte le forme. E in effetti esiste una stretta relazione tra molte opere di arte moderna e la fisiologia delle cellule del sistema visivo..


La “danza” di Pollock

Jackson Pollock (1912-1956)  è l’inventore della ”action painting”: rappresenta l’azione dell’arte, e non l’arte come opera finita. Nelle sue tele ci sono gli esiti delle strutture nervose motorie: sono gesti della danza diventati pittura. Pollock dipinge il quadro nel suo farsi: “quando sono nel mio quadro” diceva “non sono consapevole di quello che faccio: un quadro ha una sua vita propria e io cerco di tirarla fuori”.

PER SAPERNE DI PIU’:

Semir Zeki, La visione dall’interno, Bollati Boringhieri

G. Lucignani e A. Pinotti, Immagini della mente, Raffaello Cortina editore

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One Response to La bellezza è nel cervello di chi guarda

  1. rocco ha detto:

    l’arte antica, l’arte moderna.
    io sono di oggi, quale’ l’arte in cui posso identificarmi?

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